Stato-mafia: Corte in camera consiglio

Atteso verdetto per 9 imputati tra boss ed ex politici

Dopo le brevi dichiarazioni spontanee dell'ex ministro Dc Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, la Corte d'assise di Palermo si è ritirata in camera di consiglio per decidere il verdetto da emettere nei confronti dei nove imputati: boss, ex vertici del Ros ed ex politici.

Pm, da difese espressioni inopportune  - Con una breve e polemica dichiarazione il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, il pm più anziano del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, ha annunciato, all'ultima udienza del dibattimento, l'intenzione della Procura di non fare repliche dopo le arringhe difensive. Un intervento singolare che esclude ulteriori conclusioni dell'accusa, ma non stempera i toni di un 'dibattito' processuale che dall'inizio del dibattimento ha registrato momenti polemici e di scontro tra le parti. "Dopo difficili consultazioni - ha detto Teresi presente in aula col collega Roberto Tartaglia - ha ritenuto non opportuno fare repliche. La corte può contare su un’ampia panoramica e può valutare che l'ipotesi dell'accusa è provata e non scalfita dalle argomentazioni delle difese". Il magistrato ha bacchettato "le espressioni estreme e inopportunamente polemiche di alcuni legali che hanno travalicato la dialettica processuale che invece non dovrebbe mai trascendere. Questa dialettica non ci appartiene, la respingiamo e la rimettiamo al mittente". Ora è la volta delle dichiarazioni spontanee dell'ex ministro Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. Poi i giudici dovrebbero entrare in camera di consiglio per decidere.

Mancino, mai stato tenero con Cosa nostra - "La mia posizione di contrasto alla mafia è dimostrata dalla mia storia. Non sono mai stato tenero. Ho proposto da ministro dell'Interno lo scioglimento di 54 consigli comunali per infiltrazioni mafiose e nel 1993 mi opposi all'abolizione del carcere duro". Rivendica la linea dura tenuta contro Cosa nostra Nicola Mancino che, prima che i giudici di Palermo entrassero in camera di consiglio per la sentenza, ha reso dichiarazioni spontanee al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Mancino è imputato di falsa testimonianza. L'ex politico ha ricordato la sentenza emessa a carico dell'ex generale del Ros Mario Mori in un processo "clone" a quello sulla trattativa in cui i giudici sostengono che non vi sia "prova che la Dc abbia modificato al linea di contrasto alla criminalità organizzata". "Non ho mai chiesto di fare il ministro dell'Interno - ha ricordato tentando di smentire la tesi dei pm che vedrebbe nella sua nomina al Viminale uno degli indizi della trattativa passata per un ammorbidimento delle istituzioni verso la mafia - C'era l'esigenza di non lasciare solo Gava, ammalato, e spostarlo alla presidenza del Gruppo al Senato dove ero stato io fino ad allora". Mancino ha brevemente ricordato il suo incontro con Borsellino nel giorno dell'insediamento al Viminale, l'1 luglio del 1992. "Ci stringemmo la mano - ha detto - Non avemmo nemmeno il tempo di parlare". Infine sullo scontro con Martelli, che l'ha portato all'incriminazione di falsa testimonianza, ha concluso: "perché si crede a Martelli che all'inizio non ricordava neppure se avesse detto a Scotti o a me i suoi dubbi sul Ros e non si crede a me?".

Mancino, non rifarei telefonate a D'Ambrosio - "A posteriori penso che sarebbe stato preferibile non telefonare a D'Ambrosio. Ero preoccupato, eravamo in piena bufera giornalistica". Lo ha detto l'ex ministro Dc Nicola Mancino nel corso delle brevi dichiarazioni spontanee rese al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui l'ex politico è impostato di falsa testimonianza. Alla sbarra accusati a vario titolo di minaccia a Corpo politico dello Stato, concorso in associazione mafiosa e calunnia, boss come Leoluca Bagarella, pentiti, Massimo Ciancimino, Marcello Dell'Utri e gli ex vertici del Ros come Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. Mancino si è riferito alle telefonate, intercettate dai pm di Palermo, con l'ex consigliere giuridico del Colle Loris D'Ambrosio in cui l'ex ministro cercava di evitare il confronto, chiesto dalla Procura nel corso di un altro processo a Mori, con l'ex Guardasigilli Claudio Martelli. Intercettazioni che, secondo l'accusa, proverebbero il timore di Mancino nell'affrontare davanti al tribunale l'ex collega che aveva dichiarato di avergli espresso già nel 1992 i suoi dubbi sulla correttezza dell'operato del Ros. "Per me era un confronto inutile - ha aggiunto - E a Grasso (Piero Grasso, allora capo della Dna ndr) non chiesi mai l'avocazione dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia ma solo il coordinamento dell'azione delle sei procure coinvolte nell'indagine. Basti pensare che nessun ufficio inquirente riteneva attendibile Ciancimino, mentre Ingroia, allora alla Procura di Palermo, dichiarava che avrebbe valutato le sue dichiarazioni volta per volta".

Mancino, ho sofferto ma non ho mai mentito - "Ho sofferto per tutto questo periodo e soffro ancora pur essendo consapevole di avere sempre detto la verità. Non ho mai commesso il reato di falsa testimonianza". A margine dell'ultima udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia, dopo che la corte d'assise di Palermo si è ritirata in camera di consiglio per la sentenza, l'ex ministro Nicola Mancino, tra i 9 imputati, accusato appunto di falsa testimonianza, ha parlato con i cronisti ricordando lo stato d'animo con cui ha vissuto gli anni del dibattimento. "Per lui è stata molto dura - gli ha fatto eco la sua legale, l'avvocato Nicoletta Piromallo - Qui si è tentata una ricostruzione storica, la corte ora ha gli strumenti per valutare le risultanze processuali"


   

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