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Al G20 di Napoli non c’è accordo sull’uscita dal carbone

Bene l’intenzione espressa dai Paesi di voler attuare politiche di ripristino degli ecosistemi.

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Biodiversità, risorse ed economia circolare, finanza sostenibile, clima ed energia. Sono i punti chiave su cui si è incentrata l’ultima tornata negoziale tra i Paesi del G20, durante il summit che si è tenuto il 22 e il 23 luglio a Napoli. Due giorni di dibattiti, che hanno partorito altrettante dichiarazioni congiunte: la prima su “Ambiente” e la seconda su “Energia e clima”.        

I “Venti” (Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Germania, Francia, India, Indonesia, Italia, Giappone, Messico, Federazione Russa, Arabia Saudita, Sud Africa, Corea del Sud, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione europea) sono riusciti a trovare una quadra sul ripristino degli ecosistemi, riconoscendo per la prima volta lo stretto rapporto che lega perdita di biodiversità e cambiamento climatico (come ampiamente dimostrato, per esempio, dai rapporti Ipbes e Ipcc). Sul cambiamento climatico, invece, non c’è stata intesa sul mantenimento dell’aumento della temperatura media terrestre al di sotto di 1,5°C, per evitare i più gravi disastri imposti dalla crisi climatica, e sul carbone. Nonostante le recenti alluvioni in Germania, Belgio, India, Pakistan, Iran e Nuova Zelanda, i record di temperatura fatti segnare in Irlanda e Turchia, gli incendi che vanno dalla California alla Sardegna, dal G20 emerge, ancora una volta, una forte reticenza ad abbandonare i combustibili fossili.


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La dichiarazione del G20 Ambiente. Partiamo con gli aspetti positivi del summit: mai tanti temi ambientali erano stati trattati insieme in un evento che vedeva protagoniste le grandi economie del Pianeta. Dalla finanza sostenibile all’inquinamento da plastica (marine litter), dal ripristino dei suoli degradati alla gestione sostenibile delle acque, sono stati raggiunti degli importanti accordi in materia di gestione e tutela del capitale naturale. Per quanto riguarda la biodiversità, viene infatti messo nero su bianco che le soluzioni basate sulla natura, le “Nature based solutions” (Nbs), devono essere utilizzate per aumentare la resilienza dei nostri ecosistemi e migliorare la qualità del suolo, “fornendo al contempo molteplici vantaggi nei settori economico, sociale e ambientale”. Inoltre, il G20 ha approvato l’istituzione di un workshop su Nbs ed “Ecosystem based approaches” (Ebas) per condividere esperienze e casi studio, in modo da aumentare la consapevolezza sui benefici offerti dai metodi naturali. I Paesi sono stati poi invitati a promuovere il recupero di almeno il 50% delle aree (già) degradate, come previsto dal Target 15.3 dell’Agenda 2030.

Altri capitoli fondamentali sono quelli legati alla gestione sostenibile dell’acqua: “occorre perseguire l’accesso equo all’acqua potabile e ai servizi igienici per tutti”, e alla protezione di oceani e mari dove bisogna ridurre il “marine litter” (anche grazie alla collaborazione tra pubblico e privato); intensificare le azioni a tutela delle barriere coralline e, in generale, quelle a conservazione dell’equilibrio marino; trovare un accordo vincolante  che disciplini la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina nelle acque “oltre la giurisdizione nazionale”.

È stata anche promossa una nuova visione sull’economia circolare, settore che va rafforzato attraverso attività di cooperazione, e riconosciuta l’importanza “dell’inclusione dei giovani nei processi decisioni legati alle questioni ambientali”. Infine, i membri del G20 sono consapevoli che va cambiato il ruolo della finanza, che deve diventare sempre più “verde” per rafforzare gli investimenti per la gestione sostenibile del capitale naturale.

Clima ed energia: nessuna data per l’uscita dal carbone. Al summit erano presenti i 20 Stati che insieme rappresentano circa l’80% di tutte le emissioni di gas serra e l’85% del Pil globale. Motivo che rende il tavolo negoziale determinante per la lotta alla crisi climatica.


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Sebbene al G20 storicamente non si stabiliscano “impegni vincolanti”, ma si discuta di linee di indirizzo su cui basare buona parte delle politiche nel prossimo futuro, bisogna ricordare che rischiamo di stravolgere l’equilibrio climatico terrestre, come ribadito quotidianamente dalla comunità scientifica. Ecco perché, i punti su cui non si è trovato un accordo appaiono ancor più “pesanti”.

Per il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani l’accordo è senza precedenti, anche “perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi. Su 60 articoli due sono stati estratti perché non è stato possibile trovare l'accordo. Quindi alcuni punti sono stati rinviati ai livelli di decisione politica più alta del G20 dei capi di Stato”.

I due articoli mancanti sono stati tolti per far sì che tutti i Paesi potessero firmare il documento condiviso. Le questioni che non hanno incontrato il favore di tutti toccano da vicino i tempi e i modi della decarbonizzazione: i Paesi hanno preferito attenersi all’obiettivo 2°C citato in modo esplicito dall’Accordo di Parigi piuttosto che impegnarsi in modo consistente per restare nella soglia 1.5°C, e non si è trovata la quadra sul “phase out” (l’uscita) dal carbone. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante: si tratta infatti della forma “più sporca” per produrre energia, un punto che ha trovato soprattutto l’opposizione di India, Cina e Russia che non intendono stabilire una data limite per dismettere l’uso di questa fonte fossile (si fa solo riferimento a una generica “eliminazione graduale”). Inoltre, Brasile e Arabia Saudita hanno fatto capire di non avere intenzione a impegnarsi fortemente in un processo di transizione, vista la maggior responsabilità storica dei Paesi industrializzati nella produzione di emissioni climalteranti.

Tutti, invece, hanno concordato che la fase post-pandemica deve essere utilizzata per alimentare il mercato delle energie rinnovabili (anche per farne uno strumento di crescita socio-economica) e potenziare il settore dell’efficientamento energetico. Viene dato poi rilievo alla sforzo finanziario che i Paesi del G20 devono mettere in campo per rispettare i 2°C di Parigi promuovendo una transizione “giusta e inclusiva”, e al ruolo delle città viste come luoghi strategici per le attività (come mobilità sostenibile ed economia circolare) di mitigazione e adattamento al clima che cambia.

In sostanza, di fianco a buoni propositi, restano i nodi su alcuni aspetti chiave della lotta al cambiamento climatico che saranno trattati nei prossimi summit, in particolare alla Cop 26 di Glasgow che si terrà all’inizio di novembre. Una tornata negoziale da cui ci si attendono finalmente impegni precisi e definiti, e cioè vincolanti, per non commettere gli stessi errori compiuti negli ultimi decenni: rinviare a un futuro che potrebbe essere totalmente diverso da come oggi lo conosciamo. La finestra dell’azione “si sta rapidamente chiudendo”.

 

di Ivan Manzo

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