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Nuove forme di democrazia per realizzare uno sviluppo sostenibile

La tecnologia contribuisce a mettere in crisi gli istituti tradizionali della rappresentanza, ma la democrazia diretta sbocca facilmente nel populismo e nella demagogia. È fondamentale che i cittadini siano coinvolti nelle scelte che abbiamo di fronte.

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di Donato Speroni

I progressi di un Paese per realizzare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dipendono anche dal suo regime politico. Si può supporre che un sistema autoritario possa con maggiore facilità imporre i sacrifici e i cambiamenti di comportamenti necessari per combattere la crisi climatica o salvaguardare l’ambiente. È probabile che ciò possa essere vero per la Cina, ma certamente non è questo il modello al quale vogliamo ispirarci. Per noi, la domanda è un’altra: la democrazia è compatibile con un cambio delle priorità politiche, che valorizzi le scelte di medio e lungo termine?

Si dice che la democrazia sia il meno peggio tra i sistemi, ma oggi sul suo funzionamento si è aperta un’ampia discussione. Per noi si tratta di un tema fondamentale, perché senza il coinvolgimento dei cittadini è certamente impossibile cambiare rotta sulla sostenibilità mantenendo le garanzie affidate al voto popolare.

In realtà la democrazia come noi la conosciamo è in crisi da tempo e dobbiamo chiederci se i meccanismi che hanno funzionato per due secoli saranno ancora validi tra venti o trenta anni. È cambiato profondamente il rapporto tra gli elettori e gli eletti, base della democrazia rappresentativa. Prendiamo la figura del parlamentare. In passato veniva eletto per un congruo numero di anni, in Italia cinque, e nel corso di quel periodo doveva sì rispondere ai suoi elettori con qualche riunione nel collegio, ma era sostanzialmente libero di decidere, dovendo semmai rispondere alla disciplina di partito.

I nuovi strumenti tecnologici hanno cambiato tutto questo. Ogni decisione dell’eletto viene messa in discussione sui social, ed è aumentata la possibilità di comunicare con lui attraverso Sms e WhatsApp. I sondaggi si sono trasformati in un’elezione continua che condiziona i suoi comportamenti alla ricerca di popolarità. La televisione dà spazio soltanto ai leader, svalutando il lavoro degli altri. E i partiti, che erano un formidabile canale di verifica della volontà popolare, vivono ormai solo al tempo delle elezioni, con un fortissimo calo della partecipazione. 

Come ha ricordato Sabino Cassese sul Corriere della Sera, gli iscritti sono oggi

poco più del dieci per cento degli affiliati ai partiti della metà del secolo scorso, nonostante che la popolazione italiana sia aumentata di dieci milioni.

Nel frattempo emergono nuovi protagonisti: sono gli influencer, personaggi popolari sui social e provenienti dai mondi della moda, dello sport, dello spettacolo, che anche con una sola frase possono incidere sulle opzioni politiche dei loro follower. Ma anche questo tipo di comunicazione contribuisce alla superficialità delle scelte e non favorisce gli approfondimenti.

La tentazione della democrazia diretta si fa sempre più forte, anche perché oggi la tecnologia la rende possibile. Roberto Casaleggio ne fece la bandiera del Movimento 5 Stelle, anche se gli sviluppi concreti hanno mostrato tutte le difficoltà di questo percorso. Di recente, la possibilità di sottoscrivere i referendum popolari attraverso la firma digitale (con l’incredibile partecipazione, tutta on line, alla richiesta di referendum sulla cannabis, sottoscritta da centinaia di migliaia di giovani) ha stimolato riflessioni molto preoccupate sul fatto che attraverso queste forme di partecipazione digitale si crei una contrapposizione tra Parlamento e opinione pubblica. Si potrebbe rispondere che i referendum (solo abrogativi nella Costituzione italiana) si affermano quando il Parlamento è latitante, per esempio non affrontando il tema dell’eutanasia nonostante la sollecitazione della Corte costituzionale, o evitando qualsiasi dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere, ma il problema esiste: più si avverte che il Parlamento è svalutato e poco rappresentativo, più forte diventa la voglia di sostituirlo, o almeno stimolarlo, con altri strumenti che esprimono la volontà popolare.

Il difetto della democrazia diretta però è molto chiaro: le scelte affidate ai cittadini non rispecchiano la complessità dei temi che gli eletti dovrebbero affrontare. C’è il rischio di scelte umorali, “di pancia”, senza adeguato approfondimento. D’altra parte, non si può pensare che temi di estrema complessità come per esempio la approvazione del bilancio dello Stato, possano essere affidati al voto attraverso il computer.

Il dilemma è proprio questo. La gente vuole partecipare, ha nuovi strumenti per farlo. D’altra parte, le scelte politiche sono complesse e c’è il rischio che l’espressione diretta delle scelte faccia prevalere il peggior populismo. Un tentativo di soluzione è quello della “democrazia deliberativa”, illustrato anche dal politologo Alberto Martinelli in una intervista su Futuranetwork: un gruppo di persone viene selezionato per sorteggio, rispettando criteri di genere, classe sociale, collocazione geografica; a questi cittadini viene affidato il compito di studiare una questione, soppesando i pro e i contro degli esperti, per poi esprimere un parere o una proposta. Questo lavoro delimitato nel tempo può essere anche retribuito, come avviene nelle giurie popolari dei tribunali. L’esperienza più importante di democrazia deliberativa è quella della “Convention citoyenne pour le climat” voluta dal presidente francese Emmanuel Macronben riassunta dal mensile Unacittà in questa intervista a Loic Blondiaux: 150 cittadini sorteggiati come campione rappresentativo della popolazione, che tra ottobre 2019 e giugno 2020 hanno elaborato 149 proposte contro il riscaldamento globale. Macron si è detto favorevole a queste richieste, ma da allora si è fatto ben poco: non solo a causa del Covid, ma anche perché si tratta comunque di suggerimenti che la politica dovrebbe mettere in pratica, ed è mancata la spinta popolare per imporne la realizzazione. Anche la Conferenza sul futuro dell’Europa (Cofe) vuole sollecitare una partecipazione dal basso, chiedendo ai cittadini di avanzare proposte seppure senza il meccanismo del campione rappresentativo tipico della democrazia deliberativa. Ma anche qui, il passaggio delicato sarà quando dalla Cofe si tornerà al Consiglio europeo dominato dai governi nazionali.

È difficile che la democrazia deliberativa diventi una soluzione praticata su larga scala. Purtroppo, in questa contrapposizione tra una democrazia rappresentativa sempre più debole e una democrazia diretta in crescita ma inaffidabile, è difficile individuare una via d’uscita. Tuttavia, chi guarda al futuro deve rendersi conto che questo è un nodo fondamentale. In regime democratico, senza una forte partecipazione popolare non si potranno fare scelte coraggiose, come per esempio quella, invocata anche dal presidente del Consiglio Mario Draghi, di aumentare sostanzialmente gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo per la transizione ecologica, perché è sulla crescita dei consumi energetici di quei Paesi che si gioca la battaglia per la mitigazione climatica.

In ogni caso, se aumenta il peso della partecipazione popolare, è sempre più necessario coinvolgere le persone, discutere, informare. Un’indagine condotta da Ipsos e riportata dal Corriere ci dice che l’81% degli italiani considera la crisi climatica “un’emergenza reale e grave da contrastare il prima possibile”. Tuttavia, solo il 19% afferma di “conoscere bene” il tema della transizione energetica. Il Festival dello Sviluppo Sostenibile, che l’ASviS ha presentato con una conferenza stampa il 23 settembre, fa già oggi registrare oltre 500 eventi che hanno proprio questo scopo: informare, coinvolgere, discutere, sotto l’hashtag #StiamoAgendo.

Dobbiamo anche registrare alcuni segnali positivi a livello politico. Il vertice sul clima, promosso dal presidente americano Joe Biden, ha mostrato una chiara volontà di collaborazione multilaterale, con un ruolo importante di Draghi, quest’anno presidente del G20, che ha pronunciato un discorso deciso e ispirato.

Siamo ormai alla vigilia della Cop 26 di Glasgow di fine novembre, che mostrerà se effettivamente i principali Paesi hanno una volontà comune di combattere la crisi climatica. Secondo la newsletter Bloomberg green, le questioni più importanti in discussione sono:

  • Un impegno di tutti i Paesi a rivedere ogni cinque anni i loro programmi di taglio delle emissioni, in linea con le indicazioni degli scienziati.
  • La definizione di un mercato globale delle emissioni di carbonio, governato dall’Onu.
  • Il mantenimento dell’impegno dei Paesi più ricchi a finanziare la transizione ecologica dei Paesi più poveri con 100 miliardi di dollari all’anno.
  • Un definitivo stop alla creazione di nuovi impianti a carbone, il fossile più inquinante.
  • Un impegno globale al taglio delle emissioni di metano, il secondo agente dell’effetto serra dopo l’anidride carbonica.

Si tratta di decisioni di grande portata, quasi impossibili da raggiungere in un’unica riunione internazionale. Rispetto al passato, però, si avverte un nuovo senso di urgenza: le inondazioni, gli incendi, la siccità indicano che si deve agire subito. E la lotta contro il Covid dimostra che, quando il mondo si unisce, la battaglia può essere vinta.

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