Enrico Caruso, ''la prima pop star della storia''

Al Parco della Musica così lo racconta l' attore Marco Gioia

di Luciano Fioramonti ROMA

"Enrico Caruso è stato la prima pop star della storia, il primo a utilizzare l' industria discografica e a capirne la forza". Così l' attore Marco Goia racconta l'ambasciatore della grande melodia italiana nella prima delle conferenze cantate dedicate alla canzone napoletana prodotte da Musica per Roma. L' appuntamento, il 21 gennaio all' Auditorium progettato da Renzo Piano, sarà una full immersion, tra parole e frammenti di brani celebri, tra le mille curiosità della vita 'spericolata' e della carriera del divo morto a soli 48 anni proprio cento anni fa. Mauro Gioia, cultore appassionato della tradizione partenopea e collezionista maniacale di dischi a 78 giri del repertorio napoletano tanto da vantarne la raccolta privata più completa al mondo, del tenore descriverà gli amori travagliati, i successi straordinari riscossi in Italia e soprattutto negli Stati Uniti, fino alla passione per la cucina coronata dalla ricetta degli spaghetti che portano il suo nome.
    ''Nel 1902 - dice Gioia all' ANSA - Caruso entra in una stanza del Grand Hotel de Milan, l' albergo dove morì Verdi, e registra dieci arie d' opera per la neonata etichetta inglese Gramophone & Typewriter che lo aveva sentito cantare alla Scala.
    Fino ad allora il disco era considerato un gioco. I cantanti non si erano resi conto delle potenzialità delle incisioni''.
    Succede, invece, che una di quelle arie vendette un milione di copie, un boom che cambiò le regole del gioco e trasformò il disco in una industria. ''Dal 1904 la casa discografica americana Victor si identificò completamente con Caruso e viceversa - osserva l' attore - , un po' come avvenne tra i Beatles e la Parlophone. Caruso capì la potenza della comunicazione industriale della voce e cavalcò l' onda fino alla morte. Al novembre 1920, epoca delle sue ultime registrazioni, aveva inciso 256 dischi guadagnando milioni di dollari''.
    Tra materiali d'archivio, incisioni rare che tornano in vita grazie all'ascolto dal vivo di 78 giri storici, ospiti musicali e non, Gioia interpreterà brani iconici accompagnato al pianoforte da Giuseppe Burgarella. La formula delle conferenze cantate - frutto della collaborazione con Giuditta Borelli, Antonio Pascale e Anita Pesce, con gli arrangiamenti di Gigi de Rienzo e la parte video curata da Giovanni Ambrosio - ricalca il modello delle lezioni di storia realizzate negli anni dalla Fondazione Musica per Roma che pensa anche a 'esportarle' in altri teatri italiani. ''La canzone napoletana esiste nel mondo perché c' è stato Caruso - dice l' attore -. Prima i titoli si muovevano in un circuito locale, con quale puntata nei salotti inglesi. Quando il tenore incise nel 1911 Core 'ngrato, prima canzone napoletana scritta in America per lui da italoamericani e registrata nel New Jersey, le cose cambiano. Tutti gli altri tenori vollero cantarla. Il suo successo più famoso racconta tra l' altro la sua drammatica storia d' amore, abbandonato dalla madre dei suoi due figli''. Caruso viene anche accostato a Maradona, l' altra icona immortale di Napoli. ''Sono due figli della città - spiega l' attore -. Abbiamo costruito il parallelo tra questi due ragazzi nati poverissimi che sono riusciti a conquistare il mondo, morti giovani perché devastati dalla voglia di vivere e dalla mondanità senza tenere conto degli allarmi che il corpo lanciava. Da napoletano vorrei che i giovani capissero che Caruso, come Maradona, ha dato tutto a Napoli anche se poi la città non lo accolse come si aspettava''.
    Accadde quando nel 1901 il cantante dopo il trionfo alla Scala con L' Elisir d' Amore diretto da Toscanini si esibì nella sua Napoli al Teatro San Carlo, tranquillo di giocare in casa. ''La città invece lo accoltella alle spalle e lo stronca - osserva Gioia -. Lui non canta più a Napoli, va in America e diventa Caruso al Metropolitan di New York''. 

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