Ecce Homo, l'essere umano in dialogo con il divino

A Villa d'Este, l'arte riflette sulla Passione di Cristo

di Marzia Apice TIVOLI

TIVOLI - Il tema del dolore del corpo, accanto a quelli del lutto e della vulnerabilità della carne, nel continuo rimando alla Passione di Cristo, per esplorare il dialogo tra l'uomo che ambisce all'eterno e il divino che si avvicina alla finitezza umana: è la mostra "Ecce Homo: l'incontro fra il divino e l'umano per una diversa antropologia" in programma nella duplice sede di Villa d'Este e del Santuario di Ercole Vincitore dal 25 giugno al 17 ottobre.

Presentata dall'Istituto Villa Adriana e Villa d'Este - Villae e a cura di Andrea Bruciati, la mostra (un'edizione ampliata nei temi e nelle opere dell'omonima anteprima dello scorso anno) prende le mosse dalle celeberrime parole, "ecce homo", pronunciate da Pilato nel Vangelo di Giovanni (XIX, 5) nell'esibire alla folla un Gesù sofferente, rivestito per dileggio da un manto rosso e con una corona di spine sul capo, dopo esser stato flagellato. Partendo da questa Passione divina, il percorso - tra arte e antropologia - illustra come, al di là delle epoche e delle sensibilità culturali, gli artisti continuino senza sosta a interrogarsi sul significato profondo e universale dell'incarnazione e della morte di Cristo e sulla fragilità dell'uomo.

Organizzato dal Centro Europeo per il Turismo e la Cultura di Roma, con il sostegno di Regione Lazio, Lazio Crea e Università San Raffaele e con la sponsorizzazione di Acea S.p.a, il progetto espositivo, considerando la sofferenza e la morte non come elementi negativi ma come segni della "divinità incarnata", offre dunque l'occasione di "toccare con mano" questo incontro tra divino e umano attraverso una serie di importanti opere e prestiti illustri da prestigiose collezioni pubbliche e private.

Se il celebre ciclo statuario antico dei Niobidi, rinvenuti a Ciampino (Roma) e ora nelle collezioni dell'Istituto Villa Adriana e Villa d'Este, ci interroga su temi quali l'innocenza delle vittime e il trauma della perdita, nel tragico racconto della strage dei figli di Niobe, uccisi per punire l'alterigia della madre, il contemporaneo Nicola Samorì (Forlì, 1977), affronta la debolezza della carne e la rottura dell'integrità rielaborando con le sue intuizioni un immenso e stratificato archivio iconografico, parte della nostra memoria collettiva.

Come afferma il curatore Bruciati, direttore delle Villae, la mostra, accessibile in entrambe le sedi con un unico biglietto, "evoca la tangibilità e la prossimità del divino, attraverso un approccio intimo e intenso, ancorché laico, alla dimensione spirituale. Paradossalmente la mostra avvicina l'intangibile all'uomo, dà corpo e materia all'indicibile e al trascendente e trasferisce su un piano di universalità un tema strettamente legato alla sensibilità cristiana".

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