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Responsabilità editoriale di ASviS

Bisogna agire sui fattori che mettono a rischio la biodiversità

La bozza di accordo globale per il post-2020 punta all’incremento delle aree protette, alla riduzione dei pesticidi e all’aumento delle soluzioni basate sulla natura.

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Eliminare l'inquinamento da plastica, ridurre di almeno due terzi l'uso di pesticidi a livello globale, tagliare 500 miliardi di dollari di sussidi ambientali dannosi all’anno: questi sono tra gli obiettivi della prima bozza dell’accordo globale sulla biodiversità per il post-2020 che la Convenzione delle Nazioni unite sulla diversità biologica (Cbd) ha recentemente pubblicato in preparazione ai negoziati che avverranno a Kunming. La prossima conferenza globale sulla biodiversità (Cop15) si terrà infatti nella città cinese, teoricamente a ottobre 2021 (ma si parla già di uno slittamento al 2022, a causa della pandemia): lì, verrà negoziata la versione finale di questa bozza, appena un mese prima che le Nazioni unite tengano la conferenza sul clima (Cop26) a Glasgow, in Scozia.

Ora: questo testo, come ricorda Ivan Manzo su ASviS, prevede quattro obiettivi (da realizzare entro metà secolo) e 21 target da raggiungere entro il 2030. “Il primo obiettivo punta all’integrità dei sistemi naturali”. A questo proposito, le aree protette dovranno aumentare, tutelando le popolazioni animali e vegetali presenti sul pianeta. Inoltre, il tasso di estinzione delle specie va ridotto di almeno dieci volte (a oggi, un milione di specie è a rischio estinzione sulle otto milioni conosciute e, secondo uno studio pubblicato sulla National academy of sciences, l'umanità sta causando la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta, guidata dal consumo eccessivo di risorse e dalla sovrappopolazione). Il secondo obiettivo intende garantire alla collettività i beni e servizi “necessari alla vita umana” attraverso un uso sostenibile delle risorse. Il terzo fa presente che le risorse genetiche devono essere condivise equamente su scala globale (va mantenuto intatto almeno il 90% della diversità genetica di tutte le specie), mentre il quarto prevede di fornire i mezzi finanziari indispensabili per raggiungere questi obiettivi al 2030 e 2050.

Come detto, a questi quattro obiettivi si aggiungono 21 target da raggiungere entro il 2030, tra cui, nello specifico:

  • garantire che almeno il 30% delle aree terrestri e marittime a livello globale venga conservato (secondo Reuters, attualmente circa il 17% della terra e il 7% dei mari sono protetti);
  • ridurre del 50% la quantità di specie aliene introdotte in ecosistemi diversi da quelli di origine;
  • arrestare di almeno la metà la perdita delle sostanze nutritive nel terreno (individuando, ad esempio, la quantità corretta di nutrimento per le piante, evitando dispersioni);
  • utilizzare le Nature-based solutions (soluzioni basate sulla natura, ovvero che utilizzano l’equilibrio ecosistemico per fronteggiare il surriscaldamento globale) per favorire le operazioni di adattamento e mitigazione al cambiamento climatico (in particolare, un terzo delle operazioni di mitigazione globali dovrebbe avvenire tramite questi strumenti). Si prevede inoltre che le soluzioni basate sulla natura – come il ripristino delle torbiere e l'adozione dell'agricoltura rigenerativa (tecnica per rigenerare il suolo sfruttato dalle pratiche agricole intensive e ottenere prodotti sani e di qualità) – potranno contribuire con almeno dieci GtCO2e (gigatonnellate di anidride carbonica) all'anno agli sforzi globali di mitigazione della crisi climatica, una cifra corrispondente a circa un terzo delle riduzioni annuali delle emissioni necessarie per gli Obiettivi al 2030, come ricordato nell’Emissions gap report 2020;
  • aumentare le risorse finanziare di almeno 200 miliardi di dollari all’anno per mettere un serio freno alla perdita di biodiversità.

“Eminenti scienziati, centinaia di organizzazioni e milioni di persone in tutto il mondo hanno invitato le nazioni a unirsi e impegnarsi a proteggere almeno il 30% del pianeta entro il 2030", ha affermato Brian O'Donnell, direttore di Campaign for Nature, su Oceanographic. “La bozza di oggi mostra che i Paesi stanno ascoltando e riconoscono il ruolo sempre più importante che la protezione della terra e dell'acqua devono svolgere nell'affrontare i cambiamenti climatici, prevenire l'estinzione della fauna selvatica e sostenere le persone e le comunità locali. Questo è un primo passo molto incoraggiante. Rimane molto lavoro da fare nei prossimi mesi per garantire che i diritti delle popolazioni indigene siano avanzati e che nell'accordo finale siano inclusi audaci obiettivi di conservazione e finanziamento”.

Basile van Havre, copresidente del gruppo di lavoro Cbd responsabile della stesura dell'accordo, ha affermato a The Guardian che, se adottata, questa bozza potrebbe rappresentare un cambiamento significativo anche nell'agricoltura globale:

“Il cambiamento sta arrivando [nella produzione alimentare]”, ha detto van Havre. “Tra dieci anni, saremo molti di più e avremo bisogno di essere nutriti, dunque non si tratta di diminuire il livello di attività. Si tratta di aumentare la produzione e fare meglio per la natura, dimezzando il deflusso di sostanze nutritive, riducendo di due terzi l'uso di pesticidi ed eliminando le perdite di plastica. Sono sicuro che qualcuno solleverà qualche sopracciglio, poiché presentano un cambiamento significativo, in particolare nell'agricoltura”.

Il professor Sir Robert Watson, che in precedenza ha guidato le organizzazioni scientifiche delle Nazioni unite per il clima e la biodiversità, ha accolto con favore i progetti per raggiungere gli obiettivi, avvertendo però, sempre su The Guardian, che alcuni sono “irrealistici” o “difficili da misurare”.

“Nel complesso, il documento riconosce e affronta tutte le questioni chiave, così come i 20 obiettivi di Aichi (20 target per la biodiversità che avrebbero dovuto essere realizzati entro il 2020, ndr). La domanda è se i governi possano stabilire obiettivi nazionali appropriati e quadri normativi e legislativi per consentire agli altri attori, in particolare il settore privato e le istituzioni finanziarie, di fare la loro parte”.

Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva della Cbd, ha dichiarato: "È necessaria un'azione politica urgente a livello globale, regionale e nazionale per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari in modo che le tendenze che hanno esacerbato la perdita di biodiversità si stabilizzino entro il 2030 e consentano il recupero di ecosistemi naturali nei successivi 20 anni, con miglioramenti netti entro il 2050” (nella bozza, ci si riferisce a questo potere trasformativo dell’azione politica come “Teoria del cambiamento”, che prevede appunto un’azione governativa globale che funga da base e “trampolino di lancio” per modificare il sistema economico e sociale).

Su Rinnovabili.it, invece, si nota come, se da un lato la bozza di accordo preparata nelle sessioni preliminari sia “densa di target in settori diversi” (secondo Francis Ogwal, copresidente della Cbd, avere meno target “minerebbe la complessità della biodiversità”), dall’altro ci sarebbero “troppi obiettivi e troppa libertà di scelta per gli Stati”.

Il timore di molti è infatti che il settore pubblico e quello privato decidano di agire sulla base degli “obiettivi più comodi”, relegando gli altri (più pressanti) a un futuro non precisato, “continuando con il business as usual laddove realmente c’è bisogno di cambiare rotta”. Un’altra questione dirimente riguarda lo stato attuale di alcuni passaggi del testo, troppo vaghi, in particolare nella sezione riguardante il rispetto dei diritti dei popoli indigeni, o la definizione di cosa si intenda per “gestione della conservazione degli ecosistemi”.

Di un avviso simile è Marco Lambertini, direttore generale di Wwf international, che ha dichiarato:

“Sebbene il Wwf accolga con favore la pubblicazione della prima bozza del quadro globale sulla biodiversità post-2020 come un passo importante verso la garanzia di un accordo cruciale sulla biodiversità globale, siamo delusi dal fatto che il testo, nel complesso, non rifletta l'ambizione necessaria per invertire la rotta sulla crisi della natura”.

È necessario che il testo includa un obiettivo globale chiaro e misurabile per la naturasimile a quello già presente per il clima”, continua sempre Lambertini. “È un passo fondamentale per definire obiettivi scientifici adeguati e consentire a governi, imprese, investitori e consumatori di contribuire a un obiettivo condiviso”. Lambertini ricorda anche che, a oggi, 89 leader mondiali hanno approvato il Leaders' pledge for nature, un documento che attesta l’impegno a invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. Tuttavia, “l'ambizione e l'urgenza della bozza di accordo sono significativamente inferiori a quanto necessario per garantire un mondo nature-positive in questo decennio”.

Guido Broekhoven, responsabile ricerca e sviluppo policy a Wwf international, ha aggiunto: “La bozza contiene molti degli elementi necessari per un accordo di successo sulla natura, ma è carente in diversi settori chiave. Agire per proteggere gli ecosistemi è di vitale importanza, ma non riusciremo a garantire un mondo favorevole alla natura se non affrontiamo anche i fattori che determinano la perdita di biodiversità, passando a sistemi di produzione e consumo sostenibili e diete sane e sostenibili”.

Quello che sembra mancare, infatti, è, come accade spesso quando si parla di biodiversità, uno sforzo concreto per modificare il nostro sistema di vita, le abitudini, i livelli di consumo (che generano conseguenze climatiche significative, influendo sulla biodiversità anche per vie laterali, come è accaduto per la propagazione degli incendi nella provincia di Oristano, in Sardegna). In poche parole, abbandonare un approccio che, più che chiamare business as usual, dovrebbe essere definito human as usual, mettendo in discussione la visione antropocentrica – con l’essere umano al centro del mondo – per approdare a una ecocentrica – dove la sopravvivenza della nostra specie venga situata al pari delle altre, e non in opposizione a queste.

 

di Flavio Natale 

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