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Oil change: “le banche centrali continuano ad alimentare la crisi climatica”

Tra il 2016 e il 2020, dodici istituti centrali hanno indirizzato una quantità di finanziamenti in attività dannose per l’equilibrio climatico pari a circa 3.800 miliardi di dollari.

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Nonostante i tanti annunci in favore della transizione, 12 tra le più grandi banche centrali al mondo stanno continuando, anche a seguito della pandemia, a sostenere in modo massiccio il settore dei combustibili fossili. Si tratta di finanziamenti diretti, che contribuiscono a esacerbare la crisi climatica e che cozzano contro l’obiettivo del mantenimento dell’aumento della temperatura terrestre entro 1,5°C (rispetto ai livelli preindustriali), limite suggerito dalla comunità scientifica da non valicare per evitare i più gravi disastri imposti dal cambiamento climatico. A denunciare questa sorta di “azione al rovescio”, e cioè a favore del mondo fossile, è il rapporto diffuso il 25 agosto dall’organizzazione Oil change international dal titolo “Unused tools: how central banks are fueling the climate crisis”.


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Pessime le prestazioni delle banche centrali. L'analisi passa in rassegna le politiche e i tipi di finanziamenti elargiti dalle banche centrali di CanadaCinaUnione EuropeaFranciaGermaniaIndiaItaliaGiapponeRussiaSvizzeraRegno Unito e Stati Uniti. Dallo studio si evince che, in base a una classificazione che ha tenuto in considerazione tre funzioni chiave delle banche centrali, e cioè gestione patrimoniale (gestione dei fondi controllata da parte delle banche centrali per finanziare o limitare i finanziamenti ai combustibili fossili), regole e supporto alle banche commerciali per il finanziamento (azioni della banca centrale che supportano o limitano il finanziamento dei combustibili fossili da parte delle banche commerciali), e policy e ricerca (dichiarazioni della banca centrale e attività di ricerca e classificazione che potrebbero guidare la politica sul finanziamento dei combustibili fossili in futuro), nessuna delle istituzioni sotto esame ha superato il test e, anzi, tutte hanno fatto registrare pessime prestazioni (come si vede nella seguente immagine). Con poche eccezioni isolate, come le decisioni delle banche centrali francesi e svizzere di escludere parzialmente il carbone dai loro portafogli di attività, l'attività delle banche centrali sull'inquinamento da carbonio e la crisi climatica è stata limitata principalmente a misure per aumentare la trasparenza del mercato finanziario.


“Le banche centrali hanno accesso a potenti strumenti per affrontare la crisi climatica, ma non li utilizzano”

David Tong, Oil change international


3.800 miliardi di dollari per il settore fossile. Tra il 2016 e il 2020, fa sapere il Rapporto, le banche centrali hanno continuato a indirizzare i flussi finanziari in attività che sono fortemente dannose per l’equilibrio climatico. Basti pensare che in questo lasso di tempo il settore fossile ha beneficiato di circa 3.800 miliardi di dollari provenienti dalle banche commerciali. “In qualità di supervisori delle banche commerciali, le banche centrali hanno resistito alle richieste di adeguare i loro mandati alla luce della crisi climatica”, si legge nello studio. Sul tema è intervenuto David Tong di Oil change international e autore del rapporto: “Le banche centrali hanno accesso a potenti strumenti per affrontare la crisi climatica, ma non li utilizzano. La crisi climatica è troppo grave e urgente perché istituzioni così cruciali possano indugiare, quando dovrebbero guidare il settore finanziario in una nuova direzione sicura per il clima. I ruoli delle banche centrali si sono evoluti nel tempo, per affrontare la crisi finanziaria del 2008-2009 e quella del Covid-19. Ora devono fare lo stesso per la crisi climatica. Parliamo di una minaccia non solo per la stabilità finanziaria ma per l'intera umanità. Se queste banche centrali non dovessero agire nella giusta direzione, i governi a cui fanno capo sono chiamati a intervenire”.


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Le raccomandazioni del Rapporto. C’è una serie di azioni che bisognerebbe mettere in atto per allineare parole e fatti, affinché, come previsto dall’Accordo di Parigi, si faccia il possibile per arrestare l’aumento medio della temperatura terreste entro i 2°C, o meglio, entro 1,5°C. Tra le raccomandazioni citate nello studio troviamo: adeguare le proprie pratiche di gestione patrimoniale per escludere dai propri portafogli tutti i settori della produzione di combustibili fossili e del consumo ad alta intensità di combustibili fossili; adeguare le proprie pratiche regolamentari al fine di eliminare l'esposizione delle banche commerciali a tutti i settori della produzione di combustibili fossili; intraprendere ricerche sui rischi legati al clima e condurre “prove di stress” appropriate. Infine, ai governi si consiglia di conferire alle banche centrali gli strumenti necessari a sostenere “il declino dell’era dei combustibili fossili”.

 

Scarica il Rapporto

 

di Ivan Manzo

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